Scrivo raramente in prosa tranne che per lavoro e nei commenti ai post e dunque, ritenendo di dover fare esercizio, ho scelto di scrivere pensieri vaghi senza costrutto.
Ricordo che quand’ero piccola giocavo a “Regina reginella” quel gioco che insegna il senso del comando e diceva “Regina o mia regina quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello?” “Dieci passi da formica devi fare per arrivare”.
Tra gioco e fiaba sognavo d’essere regina ad esempio delle api e se mai qualcuno avesse osato farmi del male le avrei chiamate a raccolta e scagliate contro l’aggressore a pungergli la faccia. Oppure regina dei fiori così che nasturzi, gigli e rose si sarebbero inchinati al mio passaggio lasciando una scia di fiorito odore. Certe volte immaginavo di essere regina degli uccelli. Cardellini, usignoli e codirossi, e tutti i passerotti sbattendo le ali e tenendo in becco lembi della veste mi sollevavano fino al cielo.
Scrivendo la poesia “Stelle” mi sono tornati in mente quei sogni da bambina e, sorprendentemente, un vago fantasticare d’avere per sudditi le parole. Così preziose e belle anche quando si dicono “sporche” o cattive che niente hanno di sporco o di cattivo se non l’intenzione che sta nella mente di chi parla.
Pensare di poter comandare a tutte loro di fuggire dalla bocca dei ladri di bambini, dei violenti, dei trafficanti infami di corpi ed assassini, di fuggire a passi da elefante, lasciarli muti e senza più parole.
Stelle
Non sono le parole
a fare paura
loro sono sole
e piangono strette
la notte di terrore
in balia di uomini cattivi
ladri di bambini
crudeli ed assassini
masticate a forza in bocche
dalle labbra grosse e sporche
come fossero caramelle
di liquirizia pura
Parole ancora sono quelle
che duttili betulle
si piegano al pensiero
come lazo come burro
che le amo e le accarezzo
che stazionano nel fondo
poi risalgono in diapason
di brividi la pelle
dal cuore sopra il colle
d’un tratto così belle
si scagliano nel cielo
e sono stelle.
