
Succede che la frenesia si calmi
si quieti l’infezione e si guarisca
uno sconvolgimento, un rivoltare
e dove c’era il rosso appare il bianco
se fosse vitiligine sarebbe un mal’affare
invece è un candore pannico
muffola che ti rincuora e scalda

Succede che la frenesia si calmi
si quieti l’infezione e si guarisca
uno sconvolgimento, un rivoltare
e dove c’era il rosso appare il bianco
se fosse vitiligine sarebbe un mal’affare
invece è un candore pannico
muffola che ti rincuora e scalda
Dai teatri di ferocia
- e dei furori-
dai tramonti lacerati di quei tempi
(tanti tempi,
tante sevizia)
si era poi finiti
- simile a un atto di perdizione-
nel regno inclemente e meschino
dell'amore...
( ... Io l'avevo profetata,
l'affezione triste!...)
Non restava
che fare assegnamento
su quelle certe eccitazioni,
nel toccare una carne
nella propria carne:
gli incordamenti,
le dislogazioni,
quel formicolio di pelle in pelle,
e per ogni dove i segni del corrotto,
le enumerazioni dei sintomi, i medesimi
( e quella furia nelle sommessioni,
alle vicinanze- infette-.)
Era stato poi
come un ristagno,
il loro fatidico silenzio,
e in un olezzo da affogati,
( cose, oh, cose...
cose da far récere i cani)
a forse infondere
alla città morta
quella fatale frenesia,
una apocatastasia,
e pure con certi inequivocabili segni,
quelli degli ossidi finali.
A te, Dio,
che di me hai più il volto reciso
m'avessi giustiziato
questa tempera di solitudine
in facilitazioni, felicitazioni, licitazioni
o magari con mani di sabato
Se Tu avessi giustizia
Quando si perde il giorno
e son gli uomini soliti
e rivoli, e rammendi,
se tu vedessi
come si ride
e si piange
senza un perchè
questa breccia insolita
di così facile oscurità
questa breccia
se tu vedessi
saresti a piangere
uomo, con noi.
Questa nostra ragione di stenti
è ragione per cui si fa quel vero
ed è un dolce d’amaro
e cos’è quell’effimero dondolo,
dov’è che facciamo costruzioni,
abitazioni sempreverdi?
Amo i vestiti che porti
e li ucciderei di sabbia
appena un po’ su
più su degli alluci curati
– oh come m’eccita e distrugge questo -
qualcuno t’ha fatto donna tra le gambe
adesso prima comunque
sarei volentieri in giro a sbranarti
l’orgasmo menù del giorno
per tutti i giorni
rovistare il filo legato
dei tuoi pensieri
|
Que me cruza? |
Che m’attraversa? Stasera ho fatto un gran debito Ho lasciato la mia casa nel più lungo addio sperperata in biglietti Che m’attraversa? ho fatto per me quel treno tagliente numero diecimila del binario di ferrovia quel treno che alle venti e trenta m’è traversato in gola |
Starsene a fare bruchi e vermi col sugo?
“Parànzati”, mi dissero
“Fatti un amico intero
chi non dorme più,
fattelo macero”
fagocitare limoni non è peccato
Lasciarsi crogiolare sarebbe peccato
inutile come un silenziato assassinatore
una macchina inerme in erba di panno
Ho gusto di capriolo negli scatoli
Ho fame atavica meccanica
Ho tagli di maglia finissima
Ho faglie per colpa degli orologi dei branchi
Ho lupi mannari nelle scarpe
Ho buchi nelle braccia sbucate all’improvviso
Mettetemi su un cerchio come un vitruviano
Fatemi fare un giro di frullatore
Fatemi fare fiasco, non importa
Voglio vivere dannato d’acquasanta
E senza sosta benedirmi di vino
Liturgia dei giorni
E’ una buona recessione
incollarsi ai vetri del primo piano
quando il bus fa la destra d’un delta
Fa ancora caldo
ancora lavanderia
sudano corpi di guardia
Il mio buon baricentro
è da qui
scoprire che domani è sabato
che la ragazza di fermata
crede ancora si legga regalando seni
Domani farò visita a mio padre
e saran fiori e preghiere
e saran fiori e chimere
alla donna
velo rimpianto
quelle gambe meringhe
di palati cucchiai
Sarà un obolo da spendersi
alla nuda liturgia dei giorni
Avrei voluto trovarti a stirare nuda
sarei sopra di te sotto ai tuoi vestiti
con la ricchezza balorda dei pidocchi preziosi in un facsimile di carta antiquaria
Sei una ricchezza
un’unica ricchezza ebrea di figli battezzati in dormiveglia
– così come si dormiva, un tempo –
dormienti nei cassetti di mogano rifinito
su fronte finestra con vista lucertola
mozzata dal bambino istruito con una mano di cabala
le molliche per fionde
fan sì che si muore
per l’altra ridicola croce

Djuna Barnes.
The Tree
All children, at some time, and hand in hand
Go to the woods to be un-parented
And minstered in the leaves. The frozen bole
The spirit kiks in spring, will that amend
The winter in the hearse? Pick from his hole
The daub was Ceasar? Will the damned
Who rake the sparrows bones the fire burn black,
find the pilgrim down, a tree stuck in their back?
L' albero
Tutti i bambini, mano nella mano, talvolta
vanno nei boschi per svezzarsi dai genitori
e farsi un tempio tra le foglie. Il tronco
gelato a cui lo spirito dà calci in primavera
riscatterà l' inverno sul suo feretro?
Estrarrà dalla buca l' imbratta poltiglia che fu Cesare?
I dannati che piegano le ossa dei passeri
bruciate fino al nero dei fuochi, troveranno
riversi i pellegrini, un albero confitto nella schiena?
Da: Discanto, Poesie 1911-1982
Edizioni del Giano 2005,
traduzione di Marzia Serra
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dite qualcosa, per favore, parlate
aprite quella bocca e sputate gigli e viole
sputate rose rosse e denti d’anice
si spande la melissa e si riprende
se annaffio tutti i giorni
s’allarga nella via, s’abbraccia all’inferriata
la vita passa invece e il sangue si rapprende
l’azoto il sangue ci avvelena, se è affanno
la strada si restringe e più non passa sangue
più non vena, non gocciola la goccia
al posto giusto, il tubo si è intasato
la canaletta rotta
ci metto sotto un piccolo vassoio ma
non basta a raccogliere i residui della combustione
bisogna farsene ragione
bisogna preparare la valigia
dentro ci mettiamo il necessario
un pettine una spazzola forcine
la forca è pronta, è pronta la mannaia
la falce affila la morte, già sghignazza
la porca troia la lurida puttana
santiavano due vecchie alla stazione
Venezia e Bronte, mare e montagna
sono distanze, lontananze, a Venezia
il moro ci soffocò Desdemona
pare sia stata una questione di corna
per me venezia è maschera
laguna che fa pensare all’umido
a tavole muffite, palazzi in cartapesta
alle finzione, riesumazione
l’acqua la penso verde marcio, i canali verde guasto
dicono ci siano tesori immensi, calli e ponti, sottoporteghi
se quello che ho mangiato non m’avesse fatto male
meglio potrei scrivere di essa
potrei descrivere il ponte dei sospiri
le dame agghindate di peccati
le lacche e gli ori
i vetri di murano ed i merletti
ma la crema di pistacchio nel cornetto è micidiale
così non posso disquisire ancora
nè di Venezia e neppure di Bronte
e dei suoi verdi malefici pistacchi.
Orfana di mia figlia
la scheda del libro qui

Dalla parte del Torto di Elisabetta Bucciarelli, Mursia, 2007
Quando chiudo il libro, un tomo di quasi 500 pagine, l’impressione che mi rimane è quella che l’assassino seriale avrebbe potuto essere chiunque. Capisco così il perché del titolo del libro “Dalla parte del torto” e il significato della frase che è stata estrapolata dal libro e inserita sul retro della copertina: “Nessuno può chiamarsi fuori, dal momento che tutti, prima o poi, si sono trovati, almeno per una volta, dalla parte del torto” quasi una sorta di chi non ha peccato scagli la prima pietra. Nella Milano descritta da Elisabetta Bucciarelli, nella Milano che fa da sfondo, sottofondo, nella Milano in cui vivono e si muovono i personaggi del romanzo griffati e modaioli tutti possono essere dalla parte del torto, tutti sono dalla parte del torto, nessuno può scagliare la prima pietra. Una umanità malata vive in una città che vorrebbe sbocciare, una primavera che fa germogliare fiori, fra alberi che crescono rigogliosi nei parchi, polmoni verdi, laghetti nelle cui rive giocano innocenti bambini, passeggiano padroni e cani, o nei terrazzi fioriti dove sbocciano fiori che non riescono a farlo in altri luoghi, in questa città appaiono immagini di topi impiccati, di mosche infilzate, di piccioni uccisi e decapitati. Molte sono le specie arboree citate nel libro così ti viene da pensare che Milano in fondo è bella se viene descritta da una milanese non come una città uggiosa e piena di smog ma odorosa e bella come una primavera di Botticelli. A Milano la natura viene violentata, viene utilizzata per mettere su uno spettacolo di oscenità, viene trasfigurata e usata come simbolo del male, viene dissacrata, profanata. Nessuno è capace di amare in modo sano e normale, i sentimenti non si conoscono o non si riescono a codificare, si pratica un sesso estremo che diventa normalità. Appare una nonna che ama il nipotino rimasto orfano della madre, ed è un cammeo meraviglioso nella storia, uno spiraglio che quasi impressiona, sembra una figura anacronistica ma è l’unica figura vera, capace di sentimenti quale l’amore, l’affetto, l’altruismo. Normale invece è l’uso di frustini, materiali in lattice, maschere, normale la presenza di dominatori e schiavi, di mistress, di top, normali i rapporti che si instaurano fra coniugi e amanti che recitano le parti che si sono assegnate, normale che il sesso sia estremo e malato, che, pur mantenendo la verginità, viene praticato come fosse un lavoro da una ragazzina dall’apparenza semplice che l’ispettore Vergani Maria Dolores, detta Doris, ha visto crescere. Sono molti i delitti di cui l’ispettore Vergani deve occuparsi (anche lei con i suoi problemini relazionali, di chiusura, di paura, di lasciarsi coinvolgere dal male che la circonda) deve assicurare l’assassino alla giustizia, il suo è un compito ingrato dato che tutti possono esserlo. Coadiuvata da quattro eccentrici aiutanti (un pittore, un musicista, una copy writer e un fotografo di moda, eccentrici perché dalla parte della ragione, capaci di amare, di gioire per una gravidanza, di provare sentimenti di amicizia) alla fine riesce a sbrogliare la matassa. E’ un giallo, ma potrebbe essere anche un’analisi sociologica di una società degradata, l’analisi di una sorta di nuova Sodoma e Gomorra. La Bucciarelli ci racconta tutto questo con uno spirito distaccato e ironico, sarcastico, come a voler prendere le distanze da tutto ciò, sembra voglia dire io non c’entro (così come tenta di fare l’ispettore Vergani) La Bucciarelli a volte consiglia di non fidarsi di chi…. aggiunge qui e là delle battute personali, giochi di parole, citazioni tratte da testi di cantautori, e anch’io ora voglio parafrasare un testo famoso e dico che se dal letame nascono i fiori, dai fiori può nascere il letame, da una città ricca e rigogliosa di primavera può nascere una certa cerchia di persone che facilmente si possono trovare dalla parte del torto. »
pubblicato qui
Il blog collettivo di poesia, arte e cultura VIADELLEBELLEDONNE
http://viadellebelledonne.wordpress.com/
organizza la
I edizione del concorso di Poesia
Un fiore di parola
dedicato a Martina Pluchino e a Federica Zagni, vittime della strada.
- partecipazione gratuita -
Regolamento
Il concorso è articolato in un’unica sezione: Poesia inedita
Ogni concorrente può partecipare con una sola poesia di non più di 50 versi, in lingua italiana, inedita e mai premiata in altri concorsi, da inviare in allegato in documento formato Word via mail a unfiorediparola@yahoo.it entro il 30 novembre 2007.
Nella mail di accompagnamento indicare i dati personali, l’indirizzo, una breve nota biografica e la seguente dichiarazione:
Dichiaro che l’opera da me presentata è di mia creazione personale, inedita non premiata o segnalata in altri concorsi. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003).
L’infrazione di una di queste regole porterà all’esclusione del concorrente.
Le opere verranno vagliate da un’apposita commissione di lettura la cui esatta composizione sarà resa pubblica in sede di premiazione. Entro il 31 dicembre 2007 saranno pubblicati i nomi dei finalisti e a Gennaio del 2008 i nomi dei due vincitori.
E’ prevista la pubblicazione di un’antologia in e-book contenente le poesie finaliste e le vincitrici.
PREMIO
Primo premio Euro 250,00
Secondo premio Euro 100,00
Non è prevista alcuna cerimonia di premiazione.
Il giudizio della giuria è insindacabile.
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Nel web è tutto un fiorire di blog di poesia : esprimersi attraverso la scrittura è diventato per molti un bisogno dell'anima. Cresce la necessità di comunicare, di lanciare corde che leghino e colleghino l'uomo all'uomo e al mistero del suo vivere, superando la superficialità di un quotidiano spesso privo di sogni e speranze e di un mondo che banalizza ogni valore. Pensando a tutto questo il blog collettivo viadellebelledonne organizza un concorso poetico che sia occasione per i poeti principianti di veder esaminate le proprie opere e una sfida, per quelli già noti, di mettersi in discussione.
Il concorso, intitolato "Un fiore di parola", viene dedicato a Martina Pluchino e Federica Zagni, vittime della strada. Per ora poche altre cose da dire: i testi dovranno essere inviati via mail assieme ai dati identificativi dell'autore, il tema sarà libero, la partecipazione gratuita. Gli altri dettagli saranno resi noti nel bando che sarà pubblicato a settembre.
da http://www.adnkronos.com/IGN/CyberNews/?id=1.0.1022674087
Roma, 14 giu. (Ign) - Si chiama Via delle Belle Donne, http://viadellebelledonne.wordpress.com ed è un nuovo litblog gestito interamente da donne. Alcune di esse hanno parecchie pubblicazioni alle spalle, altre sono molto attive nel mondo dei blog letterari. Lanciato agli inizi di giugno ha già raggiunto ottomila visitatori. “Non ci sono poetesse in queste stanze - recita un comunicato - ma non ci sono matrigne cattive a relegare al ruolo di cenerentola piagnona le loro stesse creature. Non c’è categorizzazione, ghettizzazione alcuna nell’Arte. Questo il principio. L’Arte ha nome Orlando: soggetto femminile rivestito da uno splendido e rotondo nome al maschile. Rotondo come un calice; un calice a cinque petali, come la belladonna”.